Ci sono i facchini e la cassiera "senza gambe", la barbona e la donna con "la testa impicciata". Ci sono morti in fondo al mare e morti che ritornano in fabbrica. C’è San Francesco, un parcheggio e parecchio Pasolini. Nel libro "Poveri cristi" di Ascanio Celestinni edito da Einaudi si ritrovano storie vere e lavoro povero, sofferenza e solitudine. Ma anche fantasia, amore, gioiosa umanità. Passate dalla trilogia a teatro Laika, Pueblo e Rumba e poi diventate, appunto, romanzo. L’attore e scrittore romano in studio ci racconta come nascono i suoi personaggi, quante interviste quanto ascolto e studio ci sia dietro ognuno di loro, destinato al palco o alla pagina scritta. Ma anche quanto sgomento provi l’autore oggi di fronte al trattamento inumano di lavoratori e migranti, prostitute, senzatetto. Gli ultimi.
"Il razzismo appartiene a tutti – spiega -. Solo che qualcuno lo gestisce, qualcun altro no. Adesso possiamo permettercelo un po’ di più". Perché? "Abbiamo leader dal linguaggio violento: Putin e Trump, Meloni e von der Leynen". E ancora: "Diventiamo disumani quando non trattiamo direttamente con un dolore, ma lo deleghiamo ad altri, alle istituzioni, relegato in luoghi lontani". In tanta indifferenza, in tanto odio, l’autore che ha raccolto il testimone di Pasolini lancia un messaggio: "Facciamo tutti politica. Quando decidiamo di assumere uno e non un altro, se portare il figlio alla scuola pubblica o privata, dalla sanità pubblica o privata, quando insegnamo, quando guidiamo un autobus. Pensiamo di avere un peso minore, ma se impariamo da potenti violenti diventiamo come loro senza averne consapevolezza". Come sul riarmo? "Schlein e Melini dicono non parliamo di riarmo ma di difesa. È come dire ho paura dei ladri. Metto le sbarre, l’allarme e le videocamere. Oppure mi compro un cane cattivo e la pistola. Sono due scelte diverse".
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